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Cos’è la black hat SEO: tra tecniche proibite e rischi

Pubblicato il 11 Dicembre 2023

Il black hat SEO è l'uso di tecniche non etiche usate per manipolare i motori di ricerca e ottenere così un posizionamento più alto. Queste pratiche violano le linee guida di Google e possono portare a penalizzazioni. Vediamo quali sono le tattiche black SEO e quali rischi comportano.

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Col termine “black hat SEO” si vanno a identificare delle tecniche manipolative che, sfruttando specifiche caratteristiche dei motori di ricerca, migliorano il posizionamento di un determinato sito nel ranking di Google. Grazie a queste azioni, decisamente poco etiche, quando un utente cerca una certa parola chiave, il sito in questione compare tra i primi risultati, sebbene non ne abbia il merito.

Se ti stai domandando perchè queste pratiche si chiamano proprio “black hat”, il motivo va ricercato nei film western americani che, tra gli anni ‘20 e gli anni ‘40 erano in bianco e nero. Ed era proprio il cappello nero, in quelle pellicole, il simbolo degli uomini cattivi. Senza contare poi Star Wars, col lato chiaro della Forza (i Jedi) contrapposto al lato oscuro della Forza (i Sith). Da qui, la distinzione tra la white hat SEO e la black hat SEO.

Ma andiamo al dunque: quali sono le tecniche della black hat SEO e quali rischi comportano per chi le mette in atto? Andiamo a scoprirlo insieme nel prossimo paragrafo.

Black hat SEO: le tecniche più comuni

Se la white hat SEO per migliorare il posizionamento di un sito (e renderlo dunque più visibile) prevede la creazione di contenuti qualitativamente ottimi e una serie di altre strategie, la black hat SEO punta ad “ingannare” gli algoritmi dei motori di ricerca, portando a degli svantaggi non di poco conto.

Tra le più diffuse tecniche di black hat SEO troviamo l’abuso di parole chiave nei title, nelle description e nel testo, definito keyword stuffing: aumentando la frequenza delle keyword, il sito viene notato dal motore di ricerca. Ma ciò porta con sé due svantaggi: l’utente lo percepisce come un sito di scarsa qualità e il motore di ricerca, quando scopre l’inganno, può arrivare a penalizzarlo o addirittura a bannarlo.

Un’altra tecnica di black hat SEO molto usata consiste nell’inserimento di link nascosti, dello stesso colore dello sfondo (una pratica in voga, per la verità, molti anni fa), oppure nella creazione di pagine il cui unico scopo è indicizzarsi sui motori di ricerca (le cosiddette pagine doorway), prive di contenuto e di informazioni. Queste tecniche SEO black hat si basano quindi su link nascosti e pagine doorway.

Altre tattiche black hat SEO per Google sono il cloaking e il desert scraping. Il cloaking consiste nella creazione di pagine che l’utente non vede e che si rivolgono unicamente ai motori di ricerca (il visitatore vede una pagina web standard, il motore di ricerca una sua versione più ottimizzata), mentre con il desert scraping si prelevano contenuti non più indicizzati per riutilizzarli sul proprio sito. C’è persino chi acquista domini scaduti per cercare di sfruttare il potere dei backlink, e chi crea contenuti duplicati.

Passiamo ora ad analizzare il confronto white hat SEO vs black hat SEO.

Black hat vs White hat SEO: tattiche a confronto

Il black hat SEO e il white hat SEO rappresentano approcci contrastanti nella ricerca di visibilità online. Il black hat impiega tecniche disoneste, come keyword stuffing o link spam, per ottenere posizioni migliori nei motori di ricerca in modo rapido. Queste tattiche, se scoperte, possono portare a penalizzazioni e danneggiare la reputazione del sito.

Dall’altro lato, il white hat SEO si basa su pratiche etiche, come la creazione di contenuti di qualità e la costruzione di link organici. Sebbene richieda più tempo per vedere i risultati, il white hat SEO stabilisce una base solida per la visibilità a lungo termine, evitando rischi di penalizzazioni e mantenendo un approccio sostenibile nel lungo periodo.

Black hat SEO: tutti i rischi visti da vicino

Applicare la black hat SEO non è mai una scelta vincente. Tanti sono i rischi che questa pratica porta con sé, sebbene nell’immediato possa sembrare efficace.

I motori di ricerca, Google in primis, sono oggi attrezzati per reagire alla black hat SEO: quando individuano un sito che ha impiegato tale tecnica, possono scegliere di penalizzare la sua posizione in SERP (andando dunque a diminuire la sua visibilità) o persino di eliminare il dominio dal loro indice. Questo, indipendentemente da quanto un marchio sia famoso. Ecco dunque che, un’agenzia seria, non dovrebbe mai consigliare ai suoi clienti tecniche di black hat SEO e mai dovrebbe applicarle.

Ora che è chiaro cos’è il black hat SEO sarà facile dedurre che l’unico modo per rendere visibile un sito ai motori di ricerca è lavorare, con fatica e con professionalità, sui suoi contenuti e sull’architettura delle pagine web, proprio come facciamo noi di Italiaonline. A tal proposito, se necessiti di supporto, il nostro team di esperti specializzati in ottimizzazione SEO sarà lieto di aiutarti a costruire la giusta strategia.

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